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i tre tempi
comunitari
Al giovane accolto nella comunità residenziale vengono proposti alcuni
momenti precisi di formazione, diversi in relazione al periodo cioè al “tempo”
comunitario a cui il ragazzo appartiene. Il programma è diviso infatti in tre
tempi, per permettere un cammino riabilitativo graduale e incisivo
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Primo...
conoscenza – inserimento –
socializzazione |
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Secondo...
stima – prima autonomia – fiducia |
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Terzo...
reinserimento – fiducia finale – servizio di
volontariato
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1° TEMPO
Tempo di conoscenza - inserimento - socializzazione (durata 10 mesi)
All’ingresso in comunità il ragazzo è accolto dal responsabile che prende nota
dei suoi dati anagrafici,
riceve da lui la documentazione medica, giudiziaria e i relativi documenti
personali richiesti nel momento
dei colloqui. Una breve chiacchierata informale tra il responsabile e il ragazzo
sdrammatizza il momento del distacco dalle persone che lo hanno accompagnato e
allevia l’ansia di affrontare un mondo tutto nuovo. Successivamente o
l’educatore o un residente “anziano” si rende disponibile per presentarlo al
gruppo e accompagnarlo quindi a sistemare gli effetti personali nella stanza
assegnata. Se il tempo lo
consente lo accompagna subito a visitare gli ambienti della comunità. Lo guida
attraverso i vari ambienti,
gli illustra a grandi linee gli orari e le attività nel loro susseguirsi durante
la giornata, indicandogli le
norme principali che contraddistinguono la prima fase del programma, i principi
che regolano la vita quotidiana e il grado di impegno e di sacrificio che esso
richiede. Viene spiegato al giovane che in questa
prima fase non potrà:
ricevere o fare telefonate;
scrivere e ricevere lettere o cartoline;
uscire da solo;
entrare in locali pubblici né bere alcolici;
chiedere e ricevere dai famigliari biancheria o altri effetti personali;
rifiutarsi di vivere le proposte e gli impegni della vita comunitaria;
incontrare i genitori prima del sesto mese.
Generalmente durante il pranzo avviene la presentazione ufficiale del giovane al
gruppo da parte del
responsabile.
“L’ultimo arrivato è un giovane che ha bisogno
di sentirsi subito a proprio agio, e l’accoglienza deve essere
incoraggiante per il cammino che sta per intraprendere ... Certamente il primo
incontro è determinante.
Avremo quindi una particolare attenzione affinché si senta davvero accettato e
possa, dal primo giorno,
respirare un clima di fraterna amicizia e premura”.
È importante che tutti i residenti abbiano a far memoria delle
loro difficoltà iniziali, così da applicarsi con una sensibilità particolare
verso il nuovo accolto.
Nei primi giorni di comunità generalmente il nuovo arrivato tende ad isolarsi o
ad essere esibizionista
oppure a manifestare eccessiva sicurezza per celare in realtà l’ansia di dover
affrontare il programma e di mostrarsi quale egli è, accettando senza difficoltà
tutto ciò che gli viene proposto al momento.
Sin dai primissimi giorni il responsabile e gli operatori ricercano un frequente
contatto con il giovane
appena entrato, con lo scopo di rassicurarlo circa la normalità di certe
difficoltà iniziali e per favorire uno scambio delle prime impressioni
personali.
Il soggetto inizia così gradualmente ad entrare nello spirito del programma, a
conoscere e interiorizzare le regole, a rispettare gli orari e ad “aprirsi” con
i propri educatori. È inserito per le attività lavorative in un laboratorio che,
nel limite del possibile, si adatta alle proprie attitudini.
Il gruppo di appartenenza del giovane in questa fase è il “gruppo ultimi”, con
il quale ha giornalmente
incontri di carattere formativo e conoscitivo, nei quali cioè, attraverso
letture e verifiche adeguatamente mirate, il confronto con i pari e il proprio
educatore, il giovane è aiutato a rimuovere tutti gli ostacoli e individuare le
proprie lacerazioni interiori per costruire in sé con gradualità e tenacia un
nuovo “edificio”
psicologico, esistenziale, affettivo e spirituale. Inoltre sono previsti altri
incontri periodici strutturati di
verifica personale con l’educatore e il responsabile di comunità.
A tal fine in comunità vengono usati diversi strumenti che si articolano in una
serie di letture e domande
per una riflessione guidata.
Per esempio sul male del formalismo:
“Non lasciarti prendere dalla presunzione,
ma discuti volentieri perché
c’è sempre qualche cosa da imparare. Quello che dici e fai capire corrisponde a
verità? Ti sforzi di essere
sincero e di agire con rettitudine e non per convenienza?...”
e ancora sulla
convivenza comunitaria:
“Sono
disponibile con dei gesti concreti a far sì che la comunità diventi una vera
famiglia di uomini liberi? Sono
convinto che senza sacrificio non arriverò mai ad amarla e a renderla
migliore?..”.
È importante in questo periodo che il giovane partecipi in modo “attivo” a tutti
i momenti della vita comunitaria,
socializzando il più possibile con le persone che sono proposte come punto di
riferimento nelle
attività di laboratorio, nel tempo libero impegnato, nelle attività sportive e
ludico ricreative, nella cultura
e in tutti gli altri impegni di gruppo.
Periodicamente la comunità organizzerà inoltre degli incontri e dei momenti di
studio e di aggiornamento
(per esempio la settimana dei familiari) anche di carattere residenziale con la
presenza dei familiari e
dei giovani stessi. Queste occasioni dovranno servire per sensibilizzare alle
nuove prospettive che il cammino comunitario ha proposto ai giovani.
“Nella giornata del giovane non ci devono essere spazi ombra, momenti oscuri che
abbiano a favorire l’incertezza...
I momenti di disimpegno potrebbero favorire un senso d’inutilità e di sfiducia,
portano il ragazzo
a ripensare, senza senso critico, al proprio passato di ambiguità”.
2° TEMPO
Tempo di stima - prima autonomia - fiducia (durata 10 mesi)
Il passaggio al secondo tempo avviene generalmente dopo 10 mesi circa di permanenza del giovane in
comunità, ma può variare di soggetto in soggetto. Al comunitario viene
consegnata una “scheda di passaggio”,
che comprende una serie di domande a cui egli deve rispondere, esponendo
successivamente
(generalmente dopo dieci giorni) il proprio pensiero a tal riguardo a tutti i
membri della comunità in un
momento prestabilito.
Si tratta di un vero e proprio “rito di passaggio”, che avviene durante una
riunione serale alla presenza di
tutti i residenti, i quali a turno esprimono al giovane in questione le proprie
impressioni e considerazioni
riguardanti il cammino da lui fatto e gli eventuali suggerimenti per quello che
si appresta ad intraprendere.
In questo secondo tempo la comunità permette al giovane di:
ricevere telefonate dai genitori ogni sabato o domenica della prima settimana di
ogni mese;
ricevere particolari incarichi in comunità da verificare puntualmente con il
responsabile e gli operatori
(piccole responsabilità nell’ambito lavorativo, gestione di alcune attività
ludiche, spostarsi autonomamente
da una comunità all’altra);
avere rapporti con persone e situazioni esterne in accordo con la comunità per
motivi particolari (per
esempio studio, ...);
al 20° mese di vita comunitaria, se la situazione sarà favorevole e il cammino
percorso considerato
positivo, fare un rientro in famiglia per un periodo di tre giorni, con una
programma stabilito in precedenza
tramite un accordo tra Comunità, famiglia e Ser.D. e verificato al suo termine.
Generalmente questa seconda fase del progetto, “il secondo tempo”, è un momento
critico e delicato del
cammino di ciascuno. Cambia l’immagine che il giovane ha della comunità; se
prima a questo termine
corrispondeva l’idea di “gruppo di persone che vivono insieme un clima
relazionale intenso e sereno”, ora
la comunità può essere percepita come “ambiente opprimente, che richiede troppa
fatica, troppo impegno”.
Pertanto alle difficoltà che la vita quotidiana comporta, possono susseguirsi momenti di scoraggiamento
e di depressione, a tal punto da indurre il giovane a desiderare di interrompere
il cammino e a
pensare ad un proprio ritorno a casa come ad una liberazione.
È questo il momento in cui il ragazzo deve capire che non bisogna correre, ma
camminare con calma e
perseveranza, affrontando ogni difficoltà con razionalità e pazienza, con umiltà
e molto spirito di sacrificio,
ricordandosi che tutto ciò che serve per la crescita richiede fatica.
Deve cioè “fare il salto” dalla fase in cui tutto sembra facile, dovuto, a
portata di mano, alla fase in cui
deve invece sforzarsi di interiorizzare i valori e i principi della proposta
comunitaria, acquisire senso critico
davanti agli eventi e conquistare responsabilmente la fiducia e la stima di se
stesso e la credibilità
degli altri.
Egli infatti comincia a sentire le richieste degli operatori nei suoi confronti
come domande di miglioramento
personale, di onestà, di pratica di certi valori, di vittoria sulla propria
pigrizia e sui propri difetti,
di maggior sensibilità nei confronti del cammino e delle difficoltà degli altri,
di vivere con più responsabilità
i momenti e gli impegni comunitari, di essere partecipante attivo nelle
attività.
I ragazzi che abbandonano il programma in questa fase sono quelli che non
vogliono o non riescono a
fare questo tipo di fatica, che non è poi così opprimente e insopportabile: è
piuttosto necessaria per “liberare
la libertà”.
Solo prendendo consapevolezza della propria “miseria” e lasciandosi guidare
dalle presenze educative si
sviluppa gradualmente nel giovane quel senso di fiducia e di stima che gli
consente di trovare in sé le
motivazioni per approfondire la proposta comunitaria e ricercarne l’aiuto
lasciandosi guidare dalle presenze
educative.
3° TEMPO
Tempo di reinserimento - fiducia finale - servizio di volontariato (durata 10
mesi)
Come per il “secondo tempo” esiste anche per il “terzo tempo” una scheda di
passaggio da discutere in
gruppo e con gli operatori, volta a valutare il grado di maturità raggiunto dal
giovane, le difficoltà ancora
presenti, la sincerità.
Secondo l’esperienza della “Casa del Giovane”, il periodo di permanenza in
comunità necessariamente
richiesto per lo svolgimento del programma è di circa due anni e mezzo. Infatti,
solo un lavoro serio e
profondo, protratto per un periodo di tempo non breve, può dare risultati
veramente significativi, che rendono
positiva ed efficace l’esperienza comunitaria.
L’effettivo successo del programma non dipende però solo dal tempo di permanenza
del soggetto in comunità,
ma anche dalle sue potenziali capacità, dalla disponibilità ad accogliere le
eventuali proposte e dalla
volontà di cambiare, cioè di attuare un modello di vita alternativo a quello
passato.
“Il giovane dovrà sfrondare le proprie esigenze per meglio vivere i valori
essenziali della vita (lontana dalle
sofisticazioni del consumismo)”
Naturalmente “l’alternativa” valida sarà quella che permetterà al giovane di
inserirsi in un ampio contesto
sociale positivo non più da passivo ma come protagonista all’interno delle
diverse realtà in cui si troverà
ad operare, riuscendo ad attivare delle risorse per gestire meglio i momenti
difficili che inevitabilmente
incontrerà.
A tal fine la comunità propone un reinserimento graduale, per mezzo di periodici
e sistematici rientri in
famiglia, stabiliti secondo una valutazione costruita sulla necessità della
persona a partire dal 20° mese.
Questi sono momenti che hanno lo scopo di educare all’autoverifica, poiché
pongono la persona a confronto
diretto con le difficoltà e gli stimoli esterni senza il supporto della comunità
e del gruppo, anche
se ovviamente al suo rientro avrà la possibilità di verificare le proprie
riflessioni, scelte e iniziative con il
responsabile e gli educatori della comunità.
È importante quindi che gli operatori abbiano in questa fase a verificare se il
giovane sia in grado di condurre
una vita di relazione positiva, che sia attento alle piccole ed eventuali
sofisticazioni del quotidiano,
che abbia iniziato a ricostruire i rapporti con la famiglia e che mostri impegno
e responsabilità sul lavoro.
È questo pertanto il tempo in cui il giovane potrà:
ricevere soldi dalla comunità per eventuali necessità ed esigenze;
uscire da solo ma mai bere alcolici o frequentare locali poco raccomandabili;
partecipare ad alcune manifestazioni di carattere culturale;
costruire rapporti affettivi che lo stimolino e lo aiutino;
rientrare periodicamente a casa, in famiglia una volta al mese per tre giorni;
lasciare la comunità quando la stessa esprime parere positivo e favorevole;
previo accordi con il responsabile e sentito il parere del Ser.D., rimanere
ancora in comunità per un
periodo concordato per una maggior stabilizzazione.
L’uscita del giovane dalla comunità avviene quando la stessa ha espresso parere
favorevole tenendo conto
della valutazione dell’interessato e dei suoi familiari.
“... Il giovane dovrà
essere sicuro di avere la famiglia
pronta ad accoglierlo o un ambiente opportuno, un lavoro, la possibilità di
vivere dei rapporti validi con qualche
realtà esistente sul territorio di appartenenza e, non ultimo, una capacità di
gestire il valore del tempo
libero”
A coloro che hanno ultimato il programma e che hanno dimostrato liberamente un
interesse particolare
verso lo stile di vita comunitario, viene proposto ad alcune condizioni un tempo
concordato di volontariato
nell’ambito della comunità.
“La validità educativa e promozionale di una comunità è misurata anche da questa
ricchezza intrinseca,
capace di generare delle vere e motivate vocazioni di servizio e di
volontariato”
Articolazione del programma terapeutico
Il programma terapeutico personalizzato in base alla nostra esperienza definisce
i criteri
generali del percorso di recupero dalla tossicodipendenza; il concetto di
personalizzazione del progetto riabilitativo si riferisce chiaramente alle
eventuali e specifiche variazioni del programma di recupero sociale in relazione
al dissimile coefficiente di adattabilità del soggetto utente, difficilmente
ipotizzabile in sede propedeutica e, di conseguenza, determinabile soltanto nel
corso delle verifiche, che periodicamente vengono precisate al servizio pubblico
competente.
I passaggi di fase (dalla prima alla seconda e alla fase di reinserimento) sono
supportati dalle schede di auto-valutazione, di valutazione del gruppo dei pari
e di valutazione definitiva da parte dell’equipe.
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